Omicidio Mattarella: una ferita ancora aperta

La figura di Piersanti Mattarella rappresenta una risorsa preziosa di buona politica e impegno antimafia. Il suo assassinio è una ferita ancora aperta per la nostra democrazia. Oggi ricorre l’anniversario della morte del presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. Sono passati tanti anni ma la sua storia e il suo insegnamento sono attualissimi. Sono un programma ideale e politico aperto del cammino che dovremmo fare, soprattutto in questi perigliosi momenti della vita politica siciliana e nazionale. È una ferita ancora aperta perché non ci si può rassegnare alla verità giudiziaria fin qui raggiunta. Ha fatto bene la Procura di Palermo, guidata da Lo Voi, a riaprire il caso. Mafia, politica, affari, apparati e trame nere hanno fatto capolino intorno a questo omicidio che ha segnato la storia della Sicilia. Non si è mai riusciti ad avere un quadro chiaro nonostante i racconti di decine e decine di collaboratori, proprio perché intorno alla scelta di uccidere Mattarella avranno giocato soggetti diversi con interessi convergenti. Scavare, riprendere il filo del cammino è un impegno a cui non bisogna rinunciare. È stato fatto un buon lavoro in Parlamento sul caso Moro, bisognerebbe nella prossima legislatura fare lo stesso su quello di Piersanti Mattarella, perchè il rilievo del suo assassinio non è solo siciliano ma nazionale. Giuseppe Lumia

 

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Agroalimentare siciliano vola. Combattere contraffazione e agromafie

Ecco una buona notizia: l’agroalimentare italiano e quello siciliano volano. La Sicilia scala posizioni su posizioni, raggiungendo il terzo posto nella classifica regionale in quanto a numero di imprenditori e a ettari di superficie coltivata per la produzione di prodotti contrassegnati da marchi di qualità. A precederla soltanto la Toscana e la Puglia. Inoltre le proiezioni per il futuro sono ancora più rosee. A livello nazionale è stato registrato un aumento del 4.4% dei produttori e del 16% di superficie utilizzata. Nell’Isola, addirittura, si arriva alla soglia del 30% in più in entrambi i segmenti. In sostanza i produttori siciliani di marchi di qualità, certificati Ue, sono passati da 2.768 a 3.564, mentre la quota di ettari coltivati è salita di ben 5.000 ettari, arrivando a 23.000. Se si considera la produzione di dop e igp la Sicilia è in cima alla classifica regionale. Cresce anche il numero dei trasformatori, cioè di chi lavora le materi prime per produrre, ad esempio, dall’uva il vino, dalle olive l’olio, dal grano la pasta, dall’orzo le birre artigianali. In Sicilia l’incremento in questo settore è del 30%. Una crescita nettamente superiore a quella nazionale, che è del 4.6%, e dello stesso Mezzogiorno, che ha raggiunto il 16%. Bene in Sicilia anche l’ortofrutta con oltre 1.637 produttori. In crescita il settore olivicolo, con 1.800 produttori. Un numero che colloca la Sicilia solo dietro alla Puglia. Se l’Italia, con 293 marchi di qualità, è prima in Europa, in ambito nazionale la Sicilia è una delle regioni con il maggior numero di tipicità certificate, sono circa 30. Solo per citarne alcune: Pesca di Bivona, Arancia Rossa di Sicilia, Carota Novella di Ispica, Limone Interdonato di Messina, Pesca di Leonforte, Pomodoro di Pachino, Arancia di Ribera, Ciliegia e Fico d’India di San Cono, Uva da Tavola di Canicattì e di Mazzarrone, Pistacchio di Bronte, Monte Etna e Monti Iblei, Valle del Belice, Valli Trapanesi, Val di Mazara, Val Demone, Olio di Sicilia. Insomma il settore funziona e cresce, ma dobbiamo proteggerlo e accompagnarlo per fare molto di più: combattere la contraffazione, soprattutto l’agropirateria internazionale che fattura oltre 60 miliardi di euro, giocando sui tratti distintivi del Made in Italy che ingannano facilmente i consumatori. Da tempo chiedo l’istituzione di nuclei specializzati per il controllo dei prodotti alimentari che arrivano nei nostri porti, a cominciare dal grano; combattere le agromafie che infestano le campagne, impongono pizzo e le loro imprese nei mercati ortofrutticoli. Anche in quest’ultimi ho chiedo più controlli, per tutelare gli operatori onesti e scacciare i mafiosi; sostenere la commercializzazione diretta da parte degli imprenditori nei mercati esteri, per dare il giusto valore ai nostri prodotti. Sono tanti i consumatori all’estero disposti a pagare il giusto prezzo per consumare le nostre eccellenze agricole; Altre proposte sono da prendere in considerazione, ma già queste potrebbero aiutare molto l’agroalimentare per ottenere risultati straordinari sul piano della promozione della qualità, dell’occupazione e della ricchezza. Giuseppe Lumia

 

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Gli omicidi della ‘Ndrangheta durante la stagione delle stragi ’93/’93

Il 18 gennaio 1993 in provincia di Reggio Calabria si consumò un gravissimo duplice omicidio rimasto nell’ombra e per anni sottovalutato. Adesso si aprono sprazzi di verità che lasciano intravedere la collocazione di questo fatto di mafia addirittura dentro la strategia stragista del ’92-’93. Si tratta degli omicidi degli agenti Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Entrambi sposati, il primo di 36 anni padre di tre figli, il secondo di 31 anni padre di due figli, in servizio nell’Arma dei Carabinieri nel Nucleo Radiomobile della compagnia di Palmi. Vincenzo Garofalo era originario di Scicli, in provincia di Ragusa, mentre Antonino Fava di Taurianova del reggino. Furono crivellati da un commando della ‘Ndrangheta a colpi di mitragliette calibro 9 e kalashnikov. E’ in corso il processo contro la ‘Ndrangheta stragista, che vede imputati il capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, esponente della potentissima cosca calabrese dei Piromalli di Gioia Tauro. Nel processo sta emergendo un contesto inquietante attorno a questo duplice omicidio. Fanno capolino oltre alla ‘Ndrangheta, la massoneria e, come al solito, apparati dei servizi. E’ una ‘Ndrangheta che si prepara in quegli anni al grande salto di qualità, partecipando a suo modo, al gioco organizzato dai corleonesi. I due carabinieri furono divorati letteralmente dalla ‘Ndrangheta che era anch’essa dentro un sistema collusivo di alto livello, devastante per la nostra democrazia. Il killer di allora, il boss Consolato Villani, sta facendo diverse dichiarazioni nel processo “Ndrangheta stragista” e le indagini sono andate avanti sino a fare luce su quella stagione che anche in Calabria vide cadere anche il giudice Scopelliti. Anche questo tassello sui due carabinieri va messo al suo posto, in modo che il mosaico stragista ’92-’93 possa finalmente delinearsi e così presentare al Paese uno spaccato che, fino a quando non verrà chiarito nella sua interezza, costituisce una ferita aperta nella vita della nostra società e democrazia. Giuseppe Lumia

 

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La mafia cinese è una pericolosa minaccia per il Paese

Mafia cinese, è così che dobbiamo imparare a definire questa forma di criminalità organizzata nel variegato contesto delle nuove mafie. Quella cinese, infatti, occupa un posto di rilievo già da anni tanto che per alcuni boss cinesi è stato celebrato un processo per 416 bis, il reato di associazione mafiosa. L’operazione China Truck condotta dalla Procura antimafia di Firenze, con il supporto della Procura nazionale antimafia, spiega bene il carattere mafioso della criminalità cinese: la capacità di intimidire, uccidere, fare affari e controllare un ambito commerciale globalizzato che da Prato si irradia in un contesto più ampio, estendendosi dalla madre patria a numerosi Paesi europei (Francia, Germania e Spagna). Da tempo la Fondazione Caponnetto ha puntato il dito contro questa organizzazione criminale, pubblicando dettagliati report. Vi invito a leggerli per comprendere al meglio la portata e la minaccia che da tempo costituisce per il nostro Paese. Io stesso mi sono occupato di questa importante e sempre più emergente minaccia, presentando in Senato un’interrogazione parlamentare, inserita nello stesso Report della Fondazione Caponnetto, che aveva acceso i riflettori su un’organizzazione che va colpita attraverso l’utilizzo di strumenti normativi, oggi previsti dal Codice antimafia. Giuseppe Lumia

 

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Borsellino, sete di verità e giustizia è ancora forte e insopprimibile

Il 19 luglio del 1992 è una domenica di una calda estate. Palermo è semi deserta. Paolo Borsellino si allontana dalla sua famiglia e si reca in visita dalla madre che ha bisogno di cure e dell’attenzione del figlio. Alle 16 e 58 minuti via D’Amelio viene squarciata da un boato, fiamme, polvere, cenere e palazzi lacerati. Caddero così il giudice e gli agenti di scorta della Polizia di Stato Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che ha subito danni profondi nel corpo e nell’anima. Sono passati 25 anni da quel giorno, un quarto di secolo. Eppure la strage di Via D’Amelio è una ferita che rimane ancora oggi aperta. Dopo la strage terrificante di Capaci, la vita di Paolo Borsellino sembrava già segnata. Una sorta di “cronaca di una morte annunciata”. Borsellino andò incontro a quel triste epilogo con lucidità, consapevolezza e dignità. Anche negli ultimi giorni non arretrò di un passo, continuò imperterrito il proprio lavoro con la personalità e l’autorevolezza di chi è profondamente consapevole del proprio destino. Naturalmente la sua vita cambiò così tanto da lasciare traccia nell’espressione del suo volto. Dai suoi occhi non appariva più la luce e la gioia di sempre che lo accompagnavano durante il suo duro e rischiosissimo lavoro. Borsellino in quella tremenda estate andò avanti a testa alta, con la tipica fierezza siciliana di chi si immerge in un impegno nobile e al servizio dello Stato, di quello stesso Stato che, invece, si comportò in modo diametralmente opposto. Infatti non lo protesse: davanti casa di sua madre non furono messi neanche dei semplici divieti di sosta, nonostante fosse risaputo che vi si recava spesso e che quella strada si poteva trasformare facilmente in una trappola mortale. Lo Stato lo espose oltremisura candidandolo a dirigere quella procura nazionale antimafia designata normativamente da Giovanni Falcone. Una procura che neanche dopo la morte dell’amico riusciva a prendere il via insieme a quel modello normativo del “doppio binario” costruito per i reati di mafia, in grado di colpire al cuore e alla mente il sistema mafioso. Le istituzioni fecero ancora peggio, alcuni suoi esponenti ingaggiarono una vera e propria trattativa con i vertici di Cosa nostra, che espose ulteriormente e mortalmente il giudice. Paolo Borsellino l’aveva capito e cercò con tutte le sue forze di combatterla e di bloccarla. La scomparsa dell’agenda rossa pochi minuti dopo il boato è l’emblema del successivo cammino deviato: depistaggi, inadempienze, mancata coralità nella ricerca della piena verità, testimoni istituzionali silenti fino a molti anni dopo, quando finalmente cominciarono ad emergere alcuni piccoli frammenti di verità. A 25 anni dalla strage ancora molte questioni sono aperte e molti ritagli di verità mancano all’appello, per ricostruire il mosaico delle collusioni e fare così piena luce su ciò che accadde veramente e sulle responsabilità penali, politiche ed istituzionali. Molti di questi tasselli sono contenuti in spezzoni processuali, altri in pubblicazioni ed inchieste giornalistiche. Alla ricerca della verità ho dato anch’io il mio umile contributo in diverse relazioni e con un incessante lavoro di scavo portato avanti in Commissione antimafia. Vi rimando alla nota che ho redatto pochi anni fa, una sorta di relazione di minoranza che presentai alla fine della scorsa legislatura dove feci una ricostruzione sistematica del periodo stragista ’92-’93. Ritengo sia una buona base di lavoro su cui continuare a sviluppare un impegno che non potrà mai fermarsi, perchè la sete di verità e giustizia è ancora forte e insopprimibile. Giuseppe Lumia

 

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Nebrodi, sequestro boss Pruiti altro importante risultato

La mafia dei Nebrodi viene colpita in uno dei suoi pilastri fondamentali: il patrimonio. Un altro importante risultato ottenuto, grazie al lavoro della Dia di Catania e Messina nei confronti di una mafia violenta e pericolosa. La “mafia dei pastori” si è evoluta in “mafia dei terreni e degli affari”. I Pruiti fanno parte del sistema che agisce a cavallo tra le province di Messina, Enna e Catania, avendo come punti fermi i centri di Cesarò e Bronte. Questa famiglia è in grado di tenere i rapporti sia con la mafia tortoriciana sia con quella dei Santapaola. Dopo l’agguato sferrato lo scorso anno per eliminare il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, lanciammo due sfide. La prima sul controllo del territorio, che pochi giorni fa ha fatto un salto di qualità con l’istituzione in Sicilia del reparto specializzato “Cacciatori” dei Carabinieri, per colpire la capacità militare di questa organizzazione. Una mafia da non sottovalutare poiché, nonostante i ripetuti colpi subiti, può contare su diversi boss mafiosi operativi e pericolosissimi. L’altra sfida che lanciammo fu quella dell’aggressione ai patrimoni, ai grandi affari che i boss fanno attraverso il controllo dei terreni pubblici e privati per i quali chiedere i fondi comunitari destinati all’agricoltura. Una frode di gran lunga più redditizia dello stesso lucrosissimo traffico di droga. Anche su questo piano Guardia di Finanza e Dia stanno ottenendo dei risultati mai raggiunti prima. La guerra continua e lo Stato la deve vincere, perché i Nebrodi sono bellissimi, ricchi di biodiversità con un patrimonio enogastronomico straordinario. Un territorio dalle enormi potenzialità che si è messo in cammino promuovendo un’antimafia capace di sostenere un moderno e avanzato sviluppo. Oltre ai Pruiti, anche altri boss non potranno dormire sonni tranquilli. Lo Stato li conosce, sono indicati nei rapporti di polizia. Sono noti alla Direzione distrettuale antimafia di Messina, a quella di Catania e alla Dda di Caltanissetta. Inoltre, sono stati da me denunciati ripetutamente in diverse interrogazioni parlamentari (di seguito l’elenco), nelle quali ricorre spesso proprio il nome dei Pruiti. Giuseppe Lumia

 

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La mafia non vota solo d’estate Ecco i 5 comuni commissariati dove le urne non si apriranno

Parafrasando il titolo del film di Pif, la Mafia «uccide» le elezioni locali. Tra Campania, Calabria e Sicilia, le città dove le consultazioni sono annullate. Nel feudo del boss Messina Denaro, latitante dal 1993, la macchina elettorale era stata avviata ma è stata bloccata dal governo, su proposta del ministro dell’Interno. Invece altri 5 centri hanno riconquistato il diritto al voto. Dal ‘91 a oggi, sono 241 le amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose

La mafia non uccide solo d’estate ma in tutte le stagioni. Non solo strangola l’economia da Nord a Sud, Isole comprese ma costringe lo Stato a sciogliere le amministrazioni comunali dove si infiltra e, in molti casi, ad annullare e rinviare le elezioni amministrative. Domenica 11 giugno, ad esempio, le urne si apriranno in 1.004 Comuni ma in realtà dovevano essere 1.009. Gli elettori non potranno scegliere i propri rappresentanti in cinque centri in Campania, Calabria e Sicilia. L’ultima tornata elettorale annullata, in ordine di tempo, è quella di Castelvetrano, nel Trapanese. Nel «feudo» del boss mafioso Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, la macchina elettorale era stata avviata ma è stata bloccata martedì scorso dal Consiglio dei ministri — su proposta del ministro dell’Interno, Marco Minniti — per «accertati condizionamenti dell’attività amministrativa da parte della criminalità organizzata». Anche in Calabria, nel Reggino, non si voterà a Laureana diBorrello e a Gioia Tauro. In quest’ultimo centro, sede di un importante porto commerciale, è la terza volta in 26 anni che il Comune viene commissariato (era successo già nel 2003 e 2008). Niente schede elettorali anche a Bova Marina.

I casi di Corleone e Reggio Calabria

In tutto, dal 1991 a oggi, sono state 241 le amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose. Solo nel 2017 — oltre ai già citati Castelvetrano, Gioia Tauro, Bova Marina e Laureana di Borrello — il governo è intervenuto al Sud inviando commissari a Scafati (Salerno), Casavatore e Crispano (Napoli), San Felice a Cancello (Caserta) — e anche qui oggi non si vota —; Parabita (Lecce); Canolo (Reggio Calabria) e Borgetto (Palermo). Negli anni scorsi erano state sciolte anche città come Reggio Calabria o centri come Corleone, nel Palermitano. Lo stesso comune da cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Luciano Liggio e, prima ancora, Michele Navarra erano partiti per la scalata alla cupola. Senza considerare, la stessa sorte per mete turistiche rinomate come Tropea, in provincia di Vibo Valentia.

La delocalizzazione della Mafia Spa

Però chi pensa che gli scioglimenti per mafie siano un problema solo meridionale si sbaglia di grosso. In Liguria, in piena riviera di Levante, è stato commissariato Lavagna. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto lo scorso 24 marzo. L’ipotesi è che le ‘ndrine calabresi avessero provato a condizionare anche le decisioni del Municipio della località turistica. Un’esperienza vissuta pure in Piemonte a Bardonecchia, Leinì e Rivarolo Canavese, tutti nel Torinese. In Lombardia, invece, era stato deciso per Sedriano, nel Milanese, mentre in Emilia Romagna, aveva riguardato Brescello (Reggio Emilia). Ironia della sorte, forse il Comune per antonomasia d’Italia visto che era quello che nella fantasia della penna dello scrittore Giovannino Guareschi era amministrato dal sindaco Peppone, in perenne diatriba con Don Camillo.

Cosche sempre più infiltrate nel Nord Italia

«Specialmente negli ultimi anni — spiega il senatore Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia — le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni locali del Nord Italia hanno assunto particolare frequenza. Le risultanze di alcune imponenti indagini giudiziarie hanno accertato la delocalizzazione mafiosa soprattutto della ‘ndrangheta nell’economia legale di comunità anche di modeste dimensioni. In Liguria, in Piemonte e in Lombardia, le consorterie sono entrate in contatto con amministratori locali, spesso utilizzando sistemi di corruzione politico-amministrativa, ovvero con imprenditori e commercianti, attraverso sistemi di intimidazione e assoggettamento, potendo contare su ingenti disponibilità finanziarie frutto di traffici illeciti». Proprio la commissione Antimafia, in questi giorni, ha lavorato anche per la tornata elettorale di oggi sui cosiddetti «impresentabili» relativamente ai Comuni che erano stati sciolti per mafia o per i quali sono erano state istituite commissioni d’accesso per verificare infiltrazioni.

L’Antimafia e gli «impresentabili»

«Il lavoro dell’Antimafia non si è limitato ad analizzare il casellario giudiziario o i procedimenti penali in corso dei candidati ma abbiamo scavato più profondamente — prosegue Lumia — ascoltando i prefetti e scavando su candidati all’apparenza specchiati ma che in realtà rappresentano interessi opachi». I risultati sono stati importanti. «Avevamo sentito il prefetto di Trapani, Giuseppe Priolo, che ci aveva tratteggiato scenari inquietanti e siamo felici — ricorda il senatore siciliano — che il Governo abbia accolto la nostra sollecitazione a bloccare subito le elezioni in corso».

Ci sono anche i recidivi, come San Luca

Se si fa un passo indietro e si considerano tutti gli scioglimenti dal 1991 a oggi si vede come per 53 amministrazioni locali l’onta dello scioglimento è avvenuto più di una volta. Nel Casertano, tre volte è toccato a Casal di Principe: il regno del clan camorristico dei casalesi. Due volte, invece, è toccato a San Luca, nel Reggino, dove il governo ha sciolto l’amministrazione comunale sia nel 2000 sia nel 2013. La cittadina è famosa sia per aver dato i natali allo scrittore Corrado Alvaro sia, purtroppo, per una guerra fra le ‘ndrine dei Nirta-Strangio contro i Pelle-Vottari, che ha portato alla strage di Duisburg, in Germania, avvenuta nel 2007: il giorno di Ferragosto di quell’anno sei persone sono caduti sotto i colpi d’arma da fuoco dei killer . Proprio a San Luca, è stato arrestato lo scorso 2 giugno, dopo 22 anni di latitanza, il boss Giuseppe Giorgi e sono seguite infinite polemiche per i «baciamano» concessi prima di essere portato in carcere. Nel centro aspromontano si sarebbe dovuto votare oggi ma non è stata presentata neanche una lista per l’elezione diretta del sindaco e il rinnovo del consiglio comunale. Nel 2015 ci avevano provato esclusivamente quelli della lista civica «Liberi di ricominciare» ma non erano riusciti a superare il quorum per rendere valide le elezioni.

La speranza viene da chi esce dal commissariamento

«Lo Stato sta agendo con grande forza non solo sul versante dei commissariamenti dei Comuni per infiltrazioni mafiose — conclude Giuseppe Lumia — ma sta intervenendo con la cattura di numerosi boss latitanti per dare coraggio a comunità come quelle di San Luca perché non avvenga mai più che le mafie condizionino le scelte dei Municipi o che agli elettori venga fatto rimandare ad elezioni successive il sacrosanto diritto a scegliere i propri rappresentanti senza paura». A cinque anni dalle ultime consultazioni amministrative votare in questo paese della Locride sarebbe una grande vittoria non solo dello Stato sulla ‘ndrangheta ma, più in generale, dei tanti sanluchesi onesti e della democrazia. Proprio come oggi avverrà a Bovalino e Bagnara Calabra, nel Reggino, a Monte Sant’Angelo, nel Foggiano, ad Arzano, nel Napoletano, e a Giardinello, nel Palermitano. Per questi cinque Comuni è finita la stagione commissariale. 11 giugno 2017

 

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Codice antimafia: le misure di prevenzione rendono più efficace la lotta alla corruzione

Le misure di prevenzione previste nel Codice antimafia per i reati di corruzione rendono la lotta a questo odioso crimine più efficace. E con l’emendamento presentato dal sottoscritto, inseme al senatore Pagliari, lo rendono più corretto sul piano costituzionale. L’ho spiegato nel corso del mio intervento a SkyTg24. Giuseppe Lumia

 

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La riforma del processo penale finalmente è legge

La riforma del processo penale finalmente è legge. La Camera ha approvato il testo così come licenziato in seconda lettura dal Senato. Siamo riusciti ad intervenire su un complesso sistema giudiziario, dando una risposta positiva al tema tanto dibattuto della prescrizione e introducendo anche norme di rigore sulla gestione delle intercettazioni telefoniche, alla luce delle prassi regolamentari che le procure italiane hanno maturato nel corso degli anni. Allo stesso tempo sono state rafforzare le misure di doppio binario, cioè quelle norme che rendono il processo più veloce e moderno, senza dare nessun vantaggio a mafiosi e terroristi. Un’altra questione affrontata è la riforma dell’ordinamento penitenziario, seguendo su questo delicato aspetto le indicazioni più avanzate arrivate in termini di rieducazione della funzione della pena, come previsto dalla nostra Costituzione, e di sicurezza, soprattutto in ordine ai boss mafiosi o ai terroristi che rimarranno in regime di alta sorveglianza o di 41 bis. Infine, non vorrei che venissero sottovalutate le norme che hanno previsto un aumento di pena per i cosiddetti reati predatori, quelli che rovinano la vita di migliaia di persone come scippi, rapine e furti in appartamento. Giuseppe Lumia

 

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Femminicidio: istituita Commissione d’inchiesta al Senato per combattere il fenomeno con più efficacia

Oggi il Senato ha varato l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul Femminicidio, con poteri forti e simili a quelli già sperimentati dalla Commissione Antimafia, per comprendere le caratteristiche del fenomeno e predisporre i migliori strumenti per prevenirlo e contrastarlo. Il femminicidio è diventato una piaga. Non passa giorno in cui non si consumano gravi fatti di violenza contro le donne. Mariti, fidanzati, parenti, sconosciuti … che colpiscono con una violenza inaudita. E’ chiaro ormai che il problema è profondo e bisogna reagire con rigore e sistematicità. Abbiamo già approvato la legge sul femminicidio, prevedendo norme penali e di prevenzione molto severe. Ma non basta. C’è un problema culturale che va affrontato sul maschilismo diffuso nella nostra società. I dati fanno rabbrividire. Nel 2016 sono state 120 le donne morte strangolate, accoltellate, bruciate. Dal 2006 al 2016 le donne uccise in Italia sono state 1.740 e di queste 1.251 (il 71,9%) in famiglia, 846 (il 67,6%) all’interno della coppia, 224 (il 26,5%) per mano di un ex compagno, fidanzato o marito. Adesso bisogna attrezzarsi su più piani e con più interventi di carattere sociale, culturale e penale. L’istituzione di un’apposita Commissione va proprio in questa direzione. Giuseppe Lumia

 

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