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La mafia cinese è una pericolosa minaccia per il Paese

Mafia cinese, è così che dobbiamo imparare a definire questa forma di criminalità organizzata nel variegato contesto delle nuove mafie. Quella cinese, infatti, occupa un posto di rilievo già da anni tanto che per alcuni boss cinesi è stato celebrato un processo per 416 bis, il reato di associazione mafiosa. L’operazione China Truck condotta dalla Procura antimafia di Firenze, con il supporto della Procura nazionale antimafia, spiega bene il carattere mafioso della criminalità cinese: la capacità di intimidire, uccidere, fare affari e controllare un ambito commerciale globalizzato che da Prato si irradia in un contesto più ampio, estendendosi dalla madre patria a numerosi Paesi europei (Francia, Germania e Spagna). Da tempo la Fondazione Caponnetto ha puntato il dito contro questa organizzazione criminale, pubblicando dettagliati report. Vi invito a leggerli per comprendere al meglio la portata e la minaccia che da tempo costituisce per il nostro Paese. Io stesso mi sono occupato di questa importante e sempre più emergente minaccia, presentando in Senato un’interrogazione parlamentare, inserita nello stesso Report della Fondazione Caponnetto, che aveva acceso i riflettori su un’organizzazione che va colpita attraverso l’utilizzo di strumenti normativi, oggi previsti dal Codice antimafia. Giuseppe Lumia

 

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Borsellino, sete di verità e giustizia è ancora forte e insopprimibile

Il 19 luglio del 1992 è una domenica di una calda estate. Palermo è semi deserta. Paolo Borsellino si allontana dalla sua famiglia e si reca in visita dalla madre che ha bisogno di cure e dell’attenzione del figlio. Alle 16 e 58 minuti via D’Amelio viene squarciata da un boato, fiamme, polvere, cenere e palazzi lacerati. Caddero così il giudice e gli agenti di scorta della Polizia di Stato Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che ha subito danni profondi nel corpo e nell’anima. Sono passati 25 anni da quel giorno, un quarto di secolo. Eppure la strage di Via D’Amelio è una ferita che rimane ancora oggi aperta. Dopo la strage terrificante di Capaci, la vita di Paolo Borsellino sembrava già segnata. Una sorta di “cronaca di una morte annunciata”. Borsellino andò incontro a quel triste epilogo con lucidità, consapevolezza e dignità. Anche negli ultimi giorni non arretrò di un passo, continuò imperterrito il proprio lavoro con la personalità e l’autorevolezza di chi è profondamente consapevole del proprio destino. Naturalmente la sua vita cambiò così tanto da lasciare traccia nell’espressione del suo volto. Dai suoi occhi non appariva più la luce e la gioia di sempre che lo accompagnavano durante il suo duro e rischiosissimo lavoro. Borsellino in quella tremenda estate andò avanti a testa alta, con la tipica fierezza siciliana di chi si immerge in un impegno nobile e al servizio dello Stato, di quello stesso Stato che, invece, si comportò in modo diametralmente opposto. Infatti non lo protesse: davanti casa di sua madre non furono messi neanche dei semplici divieti di sosta, nonostante fosse risaputo che vi si recava spesso e che quella strada si poteva trasformare facilmente in una trappola mortale. Lo Stato lo espose oltremisura candidandolo a dirigere quella procura nazionale antimafia designata normativamente da Giovanni Falcone. Una procura che neanche dopo la morte dell’amico riusciva a prendere il via insieme a quel modello normativo del “doppio binario” costruito per i reati di mafia, in grado di colpire al cuore e alla mente il sistema mafioso. Le istituzioni fecero ancora peggio, alcuni suoi esponenti ingaggiarono una vera e propria trattativa con i vertici di Cosa nostra, che espose ulteriormente e mortalmente il giudice. Paolo Borsellino l’aveva capito e cercò con tutte le sue forze di combatterla e di bloccarla. La scomparsa dell’agenda rossa pochi minuti dopo il boato è l’emblema del successivo cammino deviato: depistaggi, inadempienze, mancata coralità nella ricerca della piena verità, testimoni istituzionali silenti fino a molti anni dopo, quando finalmente cominciarono ad emergere alcuni piccoli frammenti di verità. A 25 anni dalla strage ancora molte questioni sono aperte e molti ritagli di verità mancano all’appello, per ricostruire il mosaico delle collusioni e fare così piena luce su ciò che accadde veramente e sulle responsabilità penali, politiche ed istituzionali. Molti di questi tasselli sono contenuti in spezzoni processuali, altri in pubblicazioni ed inchieste giornalistiche. Alla ricerca della verità ho dato anch’io il mio umile contributo in diverse relazioni e con un incessante lavoro di scavo portato avanti in Commissione antimafia. Vi rimando alla nota che ho redatto pochi anni fa, una sorta di relazione di minoranza che presentai alla fine della scorsa legislatura dove feci una ricostruzione sistematica del periodo stragista ’92-’93. Ritengo sia una buona base di lavoro su cui continuare a sviluppare un impegno che non potrà mai fermarsi, perchè la sete di verità e giustizia è ancora forte e insopprimibile. Giuseppe Lumia

 

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Nebrodi, sequestro boss Pruiti altro importante risultato

La mafia dei Nebrodi viene colpita in uno dei suoi pilastri fondamentali: il patrimonio. Un altro importante risultato ottenuto, grazie al lavoro della Dia di Catania e Messina nei confronti di una mafia violenta e pericolosa. La “mafia dei pastori” si è evoluta in “mafia dei terreni e degli affari”. I Pruiti fanno parte del sistema che agisce a cavallo tra le province di Messina, Enna e Catania, avendo come punti fermi i centri di Cesarò e Bronte. Questa famiglia è in grado di tenere i rapporti sia con la mafia tortoriciana sia con quella dei Santapaola. Dopo l’agguato sferrato lo scorso anno per eliminare il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, lanciammo due sfide. La prima sul controllo del territorio, che pochi giorni fa ha fatto un salto di qualità con l’istituzione in Sicilia del reparto specializzato “Cacciatori” dei Carabinieri, per colpire la capacità militare di questa organizzazione. Una mafia da non sottovalutare poiché, nonostante i ripetuti colpi subiti, può contare su diversi boss mafiosi operativi e pericolosissimi. L’altra sfida che lanciammo fu quella dell’aggressione ai patrimoni, ai grandi affari che i boss fanno attraverso il controllo dei terreni pubblici e privati per i quali chiedere i fondi comunitari destinati all’agricoltura. Una frode di gran lunga più redditizia dello stesso lucrosissimo traffico di droga. Anche su questo piano Guardia di Finanza e Dia stanno ottenendo dei risultati mai raggiunti prima. La guerra continua e lo Stato la deve vincere, perché i Nebrodi sono bellissimi, ricchi di biodiversità con un patrimonio enogastronomico straordinario. Un territorio dalle enormi potenzialità che si è messo in cammino promuovendo un’antimafia capace di sostenere un moderno e avanzato sviluppo. Oltre ai Pruiti, anche altri boss non potranno dormire sonni tranquilli. Lo Stato li conosce, sono indicati nei rapporti di polizia. Sono noti alla Direzione distrettuale antimafia di Messina, a quella di Catania e alla Dda di Caltanissetta. Inoltre, sono stati da me denunciati ripetutamente in diverse interrogazioni parlamentari (di seguito l’elenco), nelle quali ricorre spesso proprio il nome dei Pruiti. Giuseppe Lumia

 

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